Maurizio Donati di Chiarelettere, ''Con i nostri libri vogliamo fare informazione indipendente''

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L’editor illustra gli obiettivi della casa editrice e discute dei cambiamenti e delle questioni che si affacciano oggi sul panorama dell’industria editoriale


MILANO – Capire il proprio tempo attraverso i libri: questo l’intento principale che porta alla nascita, nel 2007, di Chiarelettere, come spiega Maurizio Donati. L’editor illustra le linee guida dell’attività della casa editrice e affronta le tematiche e i problemi con cui il mondo editoriale ha a che fare oggi.


Con quale intento è stata fondata la vostra casa editrice? Qual è secondo lei la sua caratteristica principale?


Chiarelettere nasce con l’obiettivo di fare informazione indipendente usando lo strumento libro. Il libro dunque come racconto di realtà, capace di ospitare la cronaca, l’attualità, i grandi temi del presente, ma sempre con l’attenzione a una resa narrativa accurata ed efficace. I libri sono occasioni di evasione ma anche straordinarie occasioni per dare profondità ai fatti che vediamo ogni giorno, e dunque davvero un’opportunità per capire il tempo in cui viviamo. L’elemento del racconto, in ogni libro, e la libertà nella scrittura sono i due aspetti che ci hanno contraddistinto fin dall’inizio.


Come vede la vostra casa editrice l'avanzamento della digitalizzazione e del mercato degli e-book?  


E’ un’occasione importante, ci lavoriamo con attenzione perché rappresenta certamente il futuro ed è un mercato destinato a crescere con rapidità.


Ci può spiegare in che cosa consiste il lavoro dell’editor e perché è così importante per un libro?


L’editor è la persona che sta in mezzo tra l’autore e il lettore, cerca di mettere d’accordo domanda e offerta, a volte ci riesce, a volte no, però è un ruolo essenziale e lo sarà anche per il futuro dei libri digitali.


Perché si legge poco in Italia?


Non andiamo certo forte, però c’è un pugno non così irrilevante di lettori forti che supera per quantità di libri letti all’anno quello di altri paesi. Forse ci sono poche librerie, e c’è poca cultura della libreria intesa come uno spazio d’intrattenimento alto, che ti prende la testa e ti dà soddisfazione anche se non compri. La libreria non dovrebbe essere intesa come un supermercato, cioè uno spazio in cui entri se devi comprare qualcosa. Questa idea in Italia manca, anche se ci sono ancora splendide librerie e straordinari librai.


Quali sono le possibili strategie per promuovere la lettura in Italia? 

 

La lettura non credo sia un fine in sé, se per promozione della lettura s’intende incrementare la letteratura d’evasione, oppure la cosiddetta chick lit, o le diete ecc. Non credo si debba fare uno sforzo per promuovere la lettura. Lo sforzo da fare è quello di alimentare la curiosità e gli interessi delle persone, curiosità e interessi attivi, che poi innescano un meccanismo virtuoso, che arriverà anche alla lettura. Ma senza curiosità tutto è destinato ad assopirsi, restano solo le mode del momento, oggi le Sfumature di grigio domani chissà cosa. Forse bisognerebbe chiedere a psicologi, filosofi, anche economisti, di ragionare sulla categoria di benessere culturale, cioè capire con numeri e dati precisi cosa cambia nella persona e in una comunità grazie alla cultura, letteraria, scientifica ecc. Capire insomma se leggere, andare a teatro, ascoltare musica, andare al cinema, assistere a una conferenza scientifica... fa bene. Se la cultura migliora la vita delle persone e delle comunità allora anche i governi dovrebbero metterla al centro della politica.

 

3 agosto 2012

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