La critica sociale di George Orwell ne ''La fattoria degli animali''

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Pubblichiamo la recensione di Marco Miri per gli spunti di riflessione che, a partire dalla lettura di un classico, sa darci su temi sempre d’attualità

Sembra quasi incredibile, eppure gli animali hanno una voce in capitolo più ampia della nostra. Si tratta di individuare quale animale sia il migliore nel corso degli avvicendamenti che la storia narra.
Non è da un buon padrone di fattoria che si esige la noncuranza e la trascuratezza nella gestione dei propri compiti, specie se in quest'ultima si trovano i personaggi di un'invenzione del visionario Orwell.

E' da una frase di Orwell che si capisce a quale impresa stiamo per andare incontro, e quali porti toccheremo nel nostro pensiero, pungolato e stuzzicato, a ricredersi su come gli altri, quelli che contano, quelli che decidono, insomma dei veri e propri maiali, hanno deciso di farci credere. Se partiamo dal presupposto, che lo scrittore ci enuncia che: “ i libri migliori sono quelli che dicono quello che già sappiamo”, possiamo a ragion veduta incontrarci su un sentiero comune e contestare la costruzione di un mondo subordinato all'ingordigia di pochi che si credono i possessori del bene, del volere, e del sentire comune. Ci accorgiamo però che tutto questo non può e non è vero, sembra quasi ineluttabile, ma ci si scontra con la strana sensazione di un sentire animale, e non umano; che va incontro alla non memoria di quello che di buono ci hanno lasciato altri prima di noi, che hanno vissuto su questa terra con lo scopo di divulgare, come messaggio, quello che avremmo voluto per altri come noi.

E così dal consiglio di un buon pensatore, ci troviamo davanti a qualcuno che prende questo consiglio e lo fa suo, decide che il pensiero è buono, che bisogna svilupparlo e metterlo in pratica, addirittura si vuole far si che ci siano delle migliorie al fine di sviluppare una continua progressione del bene collettivo; la fattoria deve essere in tutti i modi migliore di come era in precedenza.

Se partiamo dal presupposto logico, logico in quanto già conosciamo il perché e il per come di quanto avviene: che la fattoria è, e potrebbe essere, il nostro paese; ci rendiamo conto anche noi di quanto misera sia la nostra attenzione verso quei dittatori (in quanto il libro rappresenta una critica senza repliche al regime totalitario staliniano), verso quei dittatori per l'appunto che, col passare del tempo, inglobano dentro di loro l'ingordigia, la meschinità, la falsificazione di ogni buon esempio di rapporti tra animali. Nel libro si va avanti poi, come per la gestione di una nazione, una nazione minimamente numerosa in cui ognuno ha i propri doveri, c'è chi li adempie al meglio e c'è chi cerca di fare il meno possibile, eppure dopo tutti i doveri adempiuti, ci si accorge sempre che i diritti mancano, non per tutti; ma mancano proprio per chi ha lavorato di più e meglio per il bene comune, anche se si trattasse di essere dei lavoratori ciechi e sordi alle più elementari dosi di salvaguardia del proprio sentire  il lavoro l'unico obbligo che ci dia il sacrosanto diritto di migliorare noi e i nostri compagni. Eppure qualcosa non andrà per il verso giusto...

Non si può non dire che la rabbia cresca a dismisura nell'avanzare di pagina in pagina che andiamo compiendo, ma ad un tratto proprio nella sua conclusione, ci dobbiamo arrendere.
Ci troviamo di fronte ad una inestricabile uguaglianza, tra ciò che è il nostro mondo attuale, tra ciò che può rappresentare una fattoria degli animali autogestita, e tra ciò che il peggiore degli incubi incute in un sogno troppo, ma troppo, prolungato in queste notti. Bisogna stare attenti allo svegliarsi non con un canto di un gallo, ma con il belato di  un gregge di pecore!

5 agosto 2012

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